“La voce dentro che mi giudica” — E se fossi proprio tu il tuo peggior nemico?
Imparare a riconoscere quella voce è il primo passo per smettere di farsi guerra e iniziare a stare dalla propria parte.
C’è una voce, dentro di noi, che si fa sentire nei momenti peggiori. Quando qualcosa va storto, quando ci sentiamo fuori posto, quando sbagliamo anche solo di poco ed è una voce che giudica, critica, punisce. Spesso con parole dure, come se fosse lì solo per farci sentire in difetto.
Il problema è che, a furia di ascoltarla, iniziamo a crederle, anche se non è nata da noi, ma da frasi sentite nel tempo: da genitori troppo esigenti, da adulti che pensavano di motivare, da amici che scherzavano senza pensare. Parole ripetute, più volte, che poi iniziamo a ripeterci da soli, e senza accorgercene, quella voce diventa familiare, si infiltra nei pensieri, nei dubbi, nei silenzi, inizia a parlare al nostro posto.
Con il tempo, finisce per diventare la nostra voce, o almeno, così ci sembra. Ma non è così. Quella voce che giudica in continuazione non è la nostra voce autentica, è una parte appresa, automatica, costruita su vecchi messaggi. Una parte che, invece di aiutarci a crescere, ci blocca, ci frena, ci fa sentire sempre in difetto, e quando cominciamo a trattarci con durezza anche senza che nessuno ce lo chieda, succede qualcosa di profondo: diventiamo i nostri peggiori giudici, ci puniamo da soli, ci impediamo di essere soddisfatti anche quando le cose vanno bene.
Eppure, c’è un’alternativa, possiamo iniziare a riconoscere quella voce, a distinguerla dalla parte di noi che invece vuole il nostro bene. La nostra voce vera non ci insulta, non ci abbatte, può essere critica, certo, ma è una critica che serve a farci migliorare, non a distruggerci.
Si può anche cominciare, un po’ alla volta, a parlare a sé stessi in modo diverso, non serve usare frasi finte o esagerate, bastano parole sincere, più gentili. Riconoscere quando si sbaglia, ma senza annullarsi, accettare di non sentirsi sempre all’altezza, ma continuare a provarci.
Dire a sé stessi che un brutto momento non definisce tutto quello che siamo. Essere comprensivi con sé stessi non è un segno di debolezza, è un segno di maturità. Significa imparare a stare dalla propria parte anche quando le cose non vanno come vorremmo. Non per giustificare tutto, ma per non lasciarsi andare.
Quella voce critica non sparirà del tutto, ma si può abbassarne il volume, e nel silenzio che rimane, può affacciarsi qualcosa di diverso: una voce più calma, più paziente, più vera. Una voce che ti ricorda che stai imparando e che, anche quando non tutto va come speravi, va bene così.